Tourning Point: cambio di prospettive nelle relazioni interne Usa – Israele
Dalla rivolta al Pentagono alla rottura FBI-ADL: come la crisi israeliana sta smascherando oltre un secolo di controllo oligarchico globale. Un’analisi delle forze che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali tra resistenza sovranista, collasso del neocolonialismo e l’emergere di un ordine multipolare.
La rivolta silenziosa al Pentagono
Mentre l’attenzione mediatica italiana resta altrove, negli Stati Uniti si consuma una crisi senza precedenti. Una ribellione è in corso all’interno del Pentagono, coinvolgendo ufficiali di medio rango, dai colonnelli ai generali a una stella.
Il motivo? La presenza invasiva di elementi dell’IDF (Israel Defense Forces) e dell’intelligence militare israeliana all’interno del ministero della difesa americano. Questi rappresentanti non si limiterebbero a un ruolo consultivo, ma interferirebbero operativamente con atteggiamento definito “arrogante”, arrivando a impartire ordini ai militari americani senza richiami dall’alto.
La situazione ha raggiunto un punto critico: numerosi ufficiali hanno protestato formalmente e hanno cominciato a parlare con i media. Questo risentimento si estende anche all’intelligence e al Dipartimento di Stato.
L’FBI rompe con l’Anti-Defamation League
In un gesto di portata storica, l’FBI sotto Cash Patel ha interrotto i rapporti con l’Anti-Defamation League (ADL), la potente organizzazione considerata la “controparte di sinistra” dell’AIPAC.
Le rivelazioni della giornalista Candace Owens hanno scosso l’opinione pubblica: l’ADL collaborava così strettamente con l’FBI da condividere uffici, come nel Connecticut. Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, leader del movimento giovanile di Trump, l’FBI inviò sul luogo un team proveniente proprio da quell’ufficio. L’ADL aveva precedentemente denunciato Kirk come “estremista pericoloso di destra”.
Patel ha denunciato anche l’ex capo dell’FBI (architetto del Russiagate), scoprendo che aveva trasformato l’agenzia in un servizio dell’ADL. Il suo discorso inaugurale fu definito “una lettera d’amore all’ADL”.
Oltre le apparenze: le origini del sistema
Come può un paese “più piccolo del New Jersey” esercitare tale influenza su una superpotenza? La risposta richiede di guardare alla storia.
La Dichiarazione Balfour (1917)
Il governo britannico inviò una lettera a Lord Lionel Walter Rothschild, affidandogli la Palestina per farne “un focolare per gli ebrei”. Un atto privo di legittimità – l’Inghilterra non possedeva la Palestina – ma strategicamente significativo.
La lettera era indirizzata al rappresentante del movimento sionista, ideologia politica formalizzata tra Vienna e Londra nell’800 con il sostegno dell’elite britannica (Cecil Rhodes, Lord Milner, i Rothschild) – in maggioranza non ebrei.
Gli ebrei religiosi si opposero fermamente, considerando il sionismo “anatema” – contrario alla loro fede.
La strategia imperiale
L’elite britannica voleva questo avamposto per:
Controllo geografico: La Palestina come punto di congiunzione tra Nord-Sud ed Est-Ovest, col Canale di Suez
Modello coloniale: Inviare “coloni fanatici” capaci di impiantarsi distruggendo ciò che trovavano (come in Australia, Canada, America)
Strumento di manipolazione: Catturare parte della comunità ebraica come leva politica globale
È significativo che esistettero accordi tra movimento sionista e Germania nazista per trasferire ebrei tedeschi specificamente in Palestina, non verso altri paesi occidentali.
Gli strumenti del potere israeliano
Come ha fatto uno stato così piccolo ad acquisire un’influenza così sproporzionata? La risposta sta nella natura di Israele come “contenitore” degli strumenti più sensibili e letali della cupola oligarchica.
1. La macchina dei ricatti
Il caso Epstein ha sollevato il velo su un sistema di ricatto sistematico. Non si tratta di episodi isolati, ma di una vera e propria operazione di intelligence finalizzata a compromettere figure chiave della politica, dell’economia e della cultura occidentale.
2. Assassini mirati
Questa ideologia – “se ti uccido dimostro che sono superiore a te e ne gioisco” – rappresenta un’aberrazione rispetto alla civiltà cristiana e ai valori occidentali tradizionali, ma riflette perfettamente la mentalità della cupola oligarchica.
Israele si vanta apertamente della propria capacità di “eliminare i nemici” ovunque si trovino. Netanyahu se ne è recentemente vantato pubblicamente, anche riguardo all’operazione dei cercapersone esplosivi in Libano, che ha causato la morte e il ferimento di civili, compresi bambini. L’esplosione dei dispositivi nelle tasche ha provocato mutilazioni agli apparati sessuali e alle mani di uomini, donne e chiunque ne fosse in possesso.
3. Spionaggio globale
Il Mossad, che praticamente non esisteva nel 1948, è diventato uno dei servizi di intelligence più pervasivi al mondo. Nato con l’assistenza dei servizi segreti britannici e, paradossalmente, con l’aiuto della Germania nazista, ha sviluppato capacità di infiltrazione in tutti i principali servizi segreti occidentali.
Il motto stesso dell’intelligence militare israeliana è rivelatore: “Raggiungerai i tuoi scopi attraverso l’inganno”. Questo spiega la capacità di avere “porte aperte” nell’intelligence di tutto il mondo – capacità che ora viene contestata al Pentagono.
4. Controllo del terrorismo
Uno degli aspetti più inquietanti riguarda la manipolazione di organizzazioni terroristiche. ISIS e Al-Qaeda, ufficialmente nemici giurati di Israele, non hanno mai – per quanto documentato – condotto attentati contro obiettivi israeliani. Invece, hanno sistematicamente colpito i nemici di Israele.
L’11 settembre rimane avvolto nel mistero, ma alcune circostanze sono documentate: i “dancing Israelis”, un gruppo di cittadini israeliani arrestati a New York mentre festeggiavano osservando il crollo delle Torri Gemelle. Risultarono essere tutti membri dell’esercito israeliano appartenenti ad agenzie specializzate, ufficialmente impiegati come trasportatori di mobili. Netanyahu commentò pubblicamente che l’11 settembre era “molto utile per Israele”, salvo poi ritrattare affermando di aver voluto dire che gli americani avrebbero finalmente compreso la situazione israeliana.
5. Addestramento militare globale
Nonostante le dimensioni ridotte, Israele invia “consiglieri militari” in tutto il mondo. Ha partecipato alla creazione degli squadroni della morte in Sud America, ha operato in Rhodesia e Sudafrica, e ha formato forze di polizia in numerosi paesi, Italia inclusa.
Incidenti che rivelano le dinamiche di potere
Alcuni episodi storici illuminano la natura reale del rapporto Stati Uniti-Israele, mostrando come il secondo eserciti un’autorità quasi di comando sul primo.
L’attacco alla USS Liberty (1967)
Durante la Guerra dei Sei Giorni, la nave da ricognizione americana USS Liberty fu attaccata da aerei israeliani grottescamente mascherati da aerei egiziani. Furono bombardata e mitragliata per ore, con oltre metà dell’equipaggio ucciso o ferito.
Il capitano lanciò ripetuti appelli di soccorso alla flotta americana, identificando chiaramente gli attaccanti come israeliani. La flotta stava inviando aiuto quando arrivò l’ordine da Washington: “Stand down” – non intervenite.
Il comandante della flotta si rifiutò di obbedire, dichiarando che avrebbe difeso i suoi uomini a meno di un ordine diretto del Comandante in Capo. A quel punto si sentì al telefono la voce del Presidente Lyndon B. Johnson: “Stand down. Non possiamo imbarazzare i nostri amici israeliani”.
Mentre i marinai americani morivano dissanguati sul ponte della Liberty, il Presidente degli Stati Uniti ordinava di lasciarli morire per non “imbarazzare” Israele. L’attacco era un “false flag” – un’operazione sotto falsa bandiera destinata a far credere che l’Egitto avesse attaccato una nave americana, trascinando così gli Stati Uniti nella guerra contro il Cairo.
Beirut 1983
Nell’ottobre 1983, le caserme dei Marines americani e delle forze francesi a Beirut furono attaccate da Hezbollah, causando oltre 300 morti. Il Presidente Reagan ordinò il ritiro, considerato una grande vittoria per Hezbollah.
Ciò che non venne rivelato fino a molto tempo dopo fu che l’intelligence israeliana era a conoscenza dell’attacco imminente ma scelse deliberatamente di non avvertire gli alleati americani. Il motivo? Volevano che gli Stati Uniti si ritirassero dal Libano, lasciando campo libero alla politica estera israeliana nella regione.
Il messaggio era chiaro: “Noi siamo la vostra politica estera in Medio Oriente. Voi dateci i soldi e ci pensiamo noi”.
L’assassinio di JFK
Nel 1963, il Presidente John F. Kennedy era entrato in uno scontro durissimo con il Primo Ministro israeliano David Ben-Gurion sul programma nucleare israeliano. Kennedy aveva scoperto che Israele aveva sottratto materiale nucleare dagli Stati Uniti e stava sviluppando la bomba atomica.
Per Kennedy, un Israele nucleare avrebbe distrutto ogni possibilità di stabilità in Medio Oriente e andava contro gli interessi strategici americani. Pretese ispezioni immediate delle strutture nucleari israeliane.
Ben-Gurion resistette fino all’ultimo, poi orchestrò una crisi di governo, installò un sostituto che accettò di aprire alle ispezioni “a gennaio”. Ma Kennedy fu assassinato a Dallas nel novembre 1963, e le ispezioni non avvennero mai.
L’assassinio del Generale Soleimani
Nel gennaio 2020, durante la prima amministrazione Trump, il generale iraniano Qasem Soleimani fu ucciso da un drone americano mentre atterrava a Baghdad in missione diplomatica.
Prima dell’evento, una delegazione composta dal Generale Milley (Capo di Stato Maggiore), dal Segretario alla Difesa e da senatori repubblicani fortemente pro-Israele (probabilmente Lindsey Graham) si recò a Mar-a-Lago per chiedere a Trump un’azione militare contro l’Iran. Sostenevano che droni iraniani avevano distrutto equipaggiamento militare americano.
Trump chiese: “Quanti soldati americani sono morti?” “Nessuno.” “Allora non faccio una guerra per un drone distrutto.”
La delegazione tornò all’attacco ripetutamente. Quando l’assassinio di Soleimani avvenne, Trump dichiarò pubblicamente di aver ordinato personalmente l’operazione – una dichiarazione che molti analisti considerarono dubbia, data la sua precedente opposizione.
Il bombardamento dell’Iran (13 luglio)
Più recentemente, quando Israele bombardò l’Iran il 13 luglio, Trump dichiarò nuovamente di aver ordinato l’attacco, sostenendo di aver “distrutto tutta la forza nucleare iraniana” e che “adesso ci sarà la pace”.
Molti analisti interpretarono questa mossa come un tentativo di Trump di prendere il controllo della narrativa ed evitare che l’attacco fosse usato come pretesto per trascinare gli Stati Uniti in una guerra totale contro l’Iran – l’obiettivo ossessivo di Israele e della cupola oligarchica.
Il fatto che né l’attacco israeliano né la risposta iraniana abbiano causato vittime tra il personale americano suggerisce un possibile coordinamento per evitare l’escalation incontrollata.
L’attacco al Qatar
Quando Israele attaccò il Qatar, uccidendo mediatori e negoziatori sotto la protezione di Doha, Trump reagì in modo insolitamente duro. Per la prima volta dichiarò pubblicamente di essere “incazzato con Netanyahu”, affermando che questo “non lo doveva fare” e garantendo al Qatar che “Netanyahu non si azzarderà più” a compiere azioni simili.
Trump fece anche organizzare una telefonata dalla Casa Bianca in cui Netanyahu si scusò formalmente con il Qatar. Un gesto senza precedenti che segnala possibili cambiamenti nelle dinamiche di potere.
Il caso Charlie Kirk e la ribellione generazionale
Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA (il principale movimento giovanile pro-Trump), rappresentava una figura particolarmente significativa nel panorama politico americano. Pur provenendo da una tradizione cristiano-evangelica storicamente molto pro-Israele, Kirk aveva operato una svolta critica.
Aveva dichiarato pubblicamente: “Non posso più sostenere chi dice Israel First. Dobbiamo proteggere la sovranità americana”. Si opponeva fermamente alla guerra in Ucraina e voleva tagliare tutti i finanziamenti a Zelensky.
Il suo assassinio ha scatenato un’ondata di indignazione, soprattutto tra i giovani sotto i 30-35 anni, che in massa hanno abbandonato l’idea che “gli Stati Uniti devono esistere per proteggere Israele”.
Questo cambiamento generazionale rappresenta una minaccia esistenziale per il sistema di controllo israeliano sugli Stati Uniti, costruito attraverso decenni di indottrinamento dei cristiani evangelici.
L’Iran: l’ostacolo insuperabile
L’ossessione per la distruzione dell’Iran attraversa tutta la strategia della cupola oligarchica. Perché proprio l’Iran?
L’Iran rappresenta l’unica forza mediorientale che:
Non può essere controllata economicamente (non dipende dai petrodollari occidentali)
Ha capacità militare credibile
Possiede sovranità tecnologica
Mantiene una storia e identità millenaria indipendente
Negli ultimi anni, l’Iran ha rivoluzionato le proprie forze armate, sviluppando capacità missilistiche che hanno cambiato gli equilibri regionali. Secondo analisti militari, l’Iran avrebbe utilizzato solo una frazione del proprio arsenale nell’attacco di giugno.
La conclusione di esperti militari indipendenti è inquietante: in una guerra aperta Stati Uniti-Israele contro Iran, nonostante i danni catastrofici che subirebbe, l’Iran vincerebbe. Le portaerei americane nel Golfo Persico sarebbero vulnerabili ai missili ipersonici iraniani, rischiando perdite che gli Stati Uniti non hanno subito dalla Seconda Guerra Mondiale.
Questo spiega perché Trump, all’inizio del suo mandato, chiese pubblicamente a Putin di mediare con l’Iran, riconoscendo le difficoltà americane nel dialogo diretto con Teheran.Trump inizialmente chiese a Putin di mediare con l’Iran, riconoscendo le difficoltà del dialogo diretto.
Putin e il mondo multipolare
Dal Valdai Club, pochi giorni fa, Vladimir Putin ha delineato una visione che contrasta radicalmente Dal Valdai Club, pochi giorni fa, Vladimir Putin ha delineato una visione che contrasta radicalmente con il sistema oligarchico:
Mondo multipolare: Non un unico centro di potere (Washington/Londra) ma molteplici poli di civiltà
Sovranità nazionale: Ogni paese usa le proprie risorse per lo sviluppo del proprio popolo, non per arricchire un centro finanziario parassitario
Cooperazione paritaria: Relazioni basate sul rispetto reciproco, non sul dominio coloniale
Significativamente, Putin non attacca Trump. Non lo chiama “disgraziato” né minaccia di bombardare Washington. Pur esprimendo preoccupazione per alcuni aspetti della politica americana, continua a descrivere Trump come elemento fondamentale per la transizione verso questo nuovo ordine multipolare.
Questa è l’indicazione più chiara delle vere dinamiche in corso, al di là della propaganda dei media occidentali che continuano ad attaccare Trump sia da destra che da sinistra.
La cupola oligarchica teme Trump non perché sia un “campione della guerra” o dello “sterminio”, ma per il motivo opposto: perché potrebbe facilitare, anche involontariamente, il disfacimento del sistema di controllo globale.
Il sistema in agonia
Quello che stiamo osservando è l’agonia di un sistema di controllo oligarchico che ha dominato il mondo per oltre un secolo. Israele non è la causa di questo sistema, ma uno dei suoi strumenti principali – forse il più importante e il più esposto.
La creazione di Israele nel 1948 fu l’apice di un progetto iniziato con la Dichiarazione Balfour del 1917: creare in Medio Oriente un avamposto permanente dell’oligarchia finanziaria anglo-britannica, mascherato da stato-nazione ma in realtà funzionante come contenitore di tutti gli strumenti più letali del controllo globale.
Per decenni questo sistema ha funzionato. Attraverso il ricatto sistematico (Epstein), l’assassinio selettivo, lo spionaggio pervasivo, la manipolazione del terrorismo, il controllo dei media e della politica, Israele ha esercitato un’influenza sproporzionata alle sue dimensioni.
Ma il sistema aveva un difetto fatale: dipendeva dall’accettazione passiva delle popolazioni controllate. Funzionava finché gli americani credevano che difendere Israele fosse nel loro interesse, finché gli europei accettavano l’equazione critica-a-Israele uguale antisemitismo, finché i paesi mediorientali potevano essere divisi e manipolati.
La lotta per l’anima dell’America
Lo scontro in corso negli Stati Uniti non è semplicemente tra Repubblicani e Democratici, o tra Trump e i suoi oppositori. È uno scontro esistenziale tra due visioni del mondo:
Visione A (Sistema Oligarchico): Gli Stati Uniti come strumento dell’elite finanziaria globale, con Israele come avamposto militare permanente in Medio Oriente. L’America esiste per proiettare potenza militare, garantire i flussi finanziari verso Londra e Wall Street, e mantenere il dominio del dollaro. La sovranità nazionale è un’illusione, il Congresso è controllato da lobby straniere, e la politica estera è determinata a Tel Aviv.
Visione B (Sovranità Nazionale): Gli Stati Uniti recuperano la propria sovranità, usano le proprie risorse per lo sviluppo interno, ricostruiscono l’apparato produttivo, e mantengono relazioni paritarie con altre nazioni sovrane. L’emisfero occidentale è sotto influenza americana, ma attraverso la forza economica e l’attrazione culturale, non attraverso basi militari e colpi di stato.
La figura di Trump è ambigua perché sembra oscillare tra queste visioni. Da un lato fa dichiarazioni fortemente pro-Israele, nomina figure come Kushner e accetta Blair nel piano di pace. Dall’altro, i principali ideologi dell’oligarchia continuano ad attaccarlo ferocemente sia da destra che da sinistra.
La chiave per comprendere questa apparente contraddizione è riconoscere che Trump potrebbe essere:
Sotto ricatto continuo: Le foto di Epstein e altri materiali compromettenti lo costringono a concessioni pubbliche a Israele
Impegnato in una guerra complessa: Costretto a fare mosse tattiche (come nominare Blair) per esporre e neutralizzare i meccanismi del sistema
Limitato dal Congresso: Anche volendo, non può approvare leggi contrarie a Israele senza trovarsi l’intero establishment contro
Parte di una strategia più ampia: Coordinato con Putin e altre forze per smantellare il sistema dall’interno
Personaggi come il Generale Michael Flynn sembrano comprendere perfettamente che Israele non è un’entità isolata ma il “figlio diabolico” della cosca oligarchica. La loro strategia non è attaccare frontalmente Israele (impossibile date le dinamiche di potere), ma smantellare pezzo per pezzo il sistema che lo sostiene.
Il rischio di provocazioni estreme
Di fronte al collasso del proprio sistema, la cupola oligarchica potrebbe tentare provocazioni disperate. I servizi segreti russi continuano a lanciare allarmi su preparativi in Ucraina per l’uso di “bombe sporche” – ordigni rudimentali contenenti materiale nucleare, biologico o chimico.
L’obiettivo sarebbe creare un evento così atroce da costringere l’Europa a unirsi in una guerra totale contro la Russia. È lo scenario della disperazione: se non possiamo più controllare attraverso economia e propaganda, controlleremo attraverso la guerra totale.
Ma anche questo scenario appare sempre meno credibile. La Russia ha dimostrato capacità militari, tecnologiche ed economiche che rendono impensabile una vittoria occidentale. E sempre più cittadini europei si rendono conto che una guerra contro la Russia servirebbe solo a distruggere l’Europa, non a salvarla.
Il fronte europeo
In Europa, i governi attuali sono sostanzialmente “zombie” – morti politicamente ma mantenuti artificialmente in movimento.
Emmanuel Macron ha perso qualsiasi legittimità democratica. Il suo partito è stato sconfitto alle elezioni, ma attraverso manovre costituzionali rimane al potere. È un uomo di Rothschild nel senso letterale: la sua carriera è stata costruita dalla banca Rothschild. Ora si presenta come difensore dei palestinesi – proprio lui che ha fatto di tutto per creare le condizioni del massacro.
Keir Starmer nel Regno Unito è in caduta libera nei sondaggi dopo pochi mesi al potere. Rappresenta la continuità del sistema Blair, ma senza il carisma e in un momento storico in cui quel modello è esausto.
Friedrich Merz in Germania e Ursula von der Leyen a Bruxelles incarnano la vecchia Europa atlantista, sempre più disconnessa dalla realtà economica e dalle aspirazioni delle popolazioni.
Tutti questi leader hanno scoperto improvvisamente la causa palestinese. Non per genuina conversione morale, ma perché il sistema li ha istruiti: “Israele non serve più come prima. Dobbiamo preparare un piano B.”
Il piano B sarebbe sostituire Israele con una nuova struttura neocoloniale in Medio Oriente, guidata dalle vecchie potenze europee con Blair come simbolo. Un Sykes-Picot 2.0, che ridisegnerebbe il Medio Oriente secondo gli interessi della City di Londra e delle elite finanziarie europee.
Ma questo piano B sta fallendo prima ancora di decollare. I paesi arabi non vogliono Blair. Non vogliono un nuovo colonialismo con faccia diversa. Vogliono sovranità, sviluppo, pace basata sulla giustizia.
Il ruolo dei Cristiano-Sionisti
Uno degli aspetti più straordinari del sistema di controllo israeliano è la cattura della comunità evangelica americana. I cristiano-sionisti rappresentano la maggioranza dei sostenitori di Israele negli Stati Uniti – molto più numerosi degli ebrei americani stessi.
Questo risultato è stato ottenuto attraverso un lavoro ideologico decennale che ha convinto milioni di cristiani che:
Il moderno stato di Israele adempie profezie bibliche
Sostenere Israele politicamente è un dovere religioso
Qualsiasi critica a Israele è critica a Dio stesso
Il ritorno degli ebrei in Palestina è prerequisito per il ritorno di Cristo
Questa teologia è estranea al cristianesimo tradizionale. È stata costruita artificialmente, promossa attraverso mega-chiese, programmi televisivi, pubblicazioni, conferenze. È uno dei più riusciti esempi di ingegneria sociale della storia moderna.
Il risultato è stato elettori che votano “America First” ma sostengono politiche “Israel First”. Che protestano contro l’immigrazione in America ma sostengono l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra. Che si oppongono alle guerre all’estero ma appoggiano qualsiasi operazione militare israeliana.
Charlie Kirk rappresentava il risveglio da questo incantesimo. Proveniente da quella tradizione evangelica, aveva capito la contraddizione e aveva cominciato a denunciarla. Per questo era diventato pericoloso. Non perché fosse particolarmente radicale, ma perché poteva portare con sé milioni di giovani evangelici verso una posizione genuinamente “America First”.
La guerra dell’informazione
Lo scontro in corso è anche e soprattutto una guerra dell’informazione. I vecchi guardiani (mainstream media, fact-checkers, social media companies) stanno perdendo il controllo della narrativa.
Figure come Tucker Carlson, Candace Owens, Meghan Kelly e altre personalità dei media conservatori hanno cominciato a parlare apertamente di influenza israeliana, potere dell’ADL, controllo del Congresso. Temi che fino a pochi anni fa erano assolutamente tabù.
Il giudice Andrew Napolitano, figura rispettata anche oltre gli ambienti conservatori, ospita regolarmente nel suo programma analisti che criticano duramente la politica israeliana e l’influenza sionista in America. Questi non sono marginalizzati come “antisemiti” ma vengono ascoltati da milioni di persone.
Questo rappresenta un cambio tettonico. La capacità di accusare di antisemitismo chiunque critichi Israele – una delle armi più potenti del sistema – sta perdendo efficacia. Troppa gente ha visto le immagini da Gaza. Troppa gente ha visto la disparità tra il trattamento riservato a manifestanti pro-Palestina e altri movimenti. Troppa gente ha cominciato a fare domande.
La propaganda non funziona più quando contraddice troppo apertamente la realtà osservabile.
Le prospettive: tre scenari
Scenario 1: escalation disperata
La cupola oligarchica, di fronte al collasso del proprio sistema, tenta provocazioni estreme: bombe sporche in Ucraina, attacchi false-flag in Europa, escalation militare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe creare condizioni per una guerra totale che azzeri il tavolo e ristabilisca il controllo attraverso leggi marziali e stato di emergenza permanente.
Questo scenario è possibile ma sempre meno probabile. Russia e Cina sono troppo forti militarmente. Le popolazioni occidentali sono troppo stanche di guerre infinite. E anche l’establishment militare americano, come dimostra la rivolta al Pentagono, non è più disposto a sacrificarsi per obiettivi che non servono l’interesse nazionale.
Scenario 2: transizione negoziata
Stati Uniti e Russia raggiungono un accordo complessivo che ridisegna gli equilibri globali. L’Ucraina viene neutralizzata. Il Medio Oriente viene ristrutturato con un ruolo per Iran, Turchia, Egitto come garanti regionali. Israele viene ridimensionato a stato normale, senza armi nucleari e senza capacità di condurre operazioni militari oltre i propri confini. Le forze ONU proteggono una soluzione a due stati.
L’Europa, inizialmente resistente, accetta gradualmente la nuova realtà quando i vantaggi economici della cooperazione con l’Est diventano evidenti. I governi attuali cadono, sostituiti da leadership più pragmatiche.
Questo scenario richiede che Trump (o chi per lui) resista alle pressioni interne, che Putin mantenga la sua strategia paziente, e che Xi continui a offrire alternative economiche al sistema dollaro-centrico.
Scenario 3: collasso caotico
Il sistema oligarchico implode senza che sia pronta un’alternativa ordinata. Governi europei cadono in rapida successione. Il dollaro perde status di valuta di riserva. Israele si disintegra con emigrazione di massa. Il Medio Oriente attraversa un periodo di conflitti mentre i vari attori lottano per riempire il vuoto di potere.
Questo scenario sarebbe il più pericoloso per tutti, incluse le popolazioni civili. Nessuno degli attori responsabili lo desidera, ma potrebbe verificarsi se la cupola oligarchica, nella sua agonia, distrugge troppo del vecchio ordine prima che il nuovo sia stabilito.
Il ruolo dell’Italia
In questo contesto globale, l’Italia si trova in una posizione particolare. Storicamente, l’Italia ha avuto una vocazione mediterranea e una capacità unica di dialogo tra civiltà diverse.
Enrico Mattei negli anni ’50 e ’60 aveva tracciato una strada di cooperazione paritaria con i paesi produttori di petrolio, basata sul rispetto reciproco piuttosto che sullo sfruttamento coloniale. Fu assassinato nel 1962, e la sua politica mediterranea fu abbandonata.
Il governo Meloni, nonostante le aspettative iniziali, non ha rinnovato quella visione. L’Italia rimane sostanzialmente allineata alle posizioni NATO e fortemente influenzata da Israele, come riconosciuto anche dal Generale Bertolini: “Non possiamo fare niente contro Israele, non possiamo neanche dire di voler fare qualcosa. Siamo bloccati su quel punto.”
Eppure l’Italia avrebbe tutto da guadagnare da una politica mediterranea rinnovata. Con la Libia da stabilizzare, la Tunisia in crisi economica, l’Egitto bisognoso di investimenti, la Siria da ricostruire, l’Italia potrebbe giocare un ruolo di ponte tra Europa e Medio Oriente.
Ma questo richiederebbe coraggio politico e indipendenza strategica che sembrano mancare. La formazione delle forze di polizia italiane da parte di istruttori israeliani, menzionata nella conversazione, è un simbolo di questa subordinazione.
La domanda che gli italiani devono porsi è: in quale misura la politica estera italiana è determinata a Roma, e in quale misura a Tel Aviv o Washington?
La dimensione culturale e spirituale
Oltre gli aspetti geopolitici ed economici, questo scontro ha una dimensione culturale e persino spirituale.
Il sistema oligarchico si basa su alcuni presupposti antropologici:
Gli esseri umani sono fondamentalmente egoisti e manipolabili
Il potere è l’unico valore reale
La forza dimostra superiorità morale (“se ti uccido sono superiore a te”)
L’inganno è legittimo strumento di governo (il motto del Mossad)
Le masse devono essere guidate da un’elite che sa meglio
Questi presupposti sono estranei alla tradizione cristiana occidentale e alle grandi civiltà orientali. Rappresentano una rottura con millenni di pensiero filosofico e teologico che ponevano la dignità umana, la verità, la giustizia come valori fondanti.
La resistenza al sistema oligarchico non è solo geopolitica ma anche antropologica: è l’affermazione che gli esseri umani non sono bestiame da manipolare, che le nazioni hanno diritto alla sovranità, che la verità esiste ed è conoscibile, che la giustizia non è mera convenzione del più forte.
Putin, nei suoi discorsi, fa spesso riferimento a valori tradizionali, famiglia, identità culturale. Questo viene deriso in Occidente come reazionario, ma risuona profondamente in gran parte del mondo che non ha mai accettato il relativismo nichilista dell’elite occidentale.
Lo scontro è tra una visione cinica dell’umanità (promossa dalla cupola oligarchica) e una visione che riconosce dignità, significato e potenziale di crescita negli esseri umani e nelle comunità.
Conclusioni: l’alba di un Nuovo Ordine
Stiamo assistendo non a eventi isolati ma a un processo storico di portata paragonabile alla caduta dell’Impero Romano, alla fine del feudalesimo, o al collasso del colonialismo europeo.
Il sistema oligarchico costruito attraverso secoli di dominio finanziario e militare, con Israele come uno dei suoi strumenti principali, sta raggiungendo i limiti della sua sostenibilità.
I segnali sono ovunque:
Rivolta al Pentagono contro la presenza israeliana
FBI che rompe con ADL
Giovani americani che rifiutano “Israel First”
Paesi BRICS che creano alternative al dollaro
Russia che dimostra sovranità militare ed economica
Iran che resiste a decenni di pressioni
Cina che offre modello di sviluppo alternativo
Popolazioni europee che respingono l’atlantismo
Emigrazione silenziosa da Israele
Questi non sono eventi casuali ma manifestazioni di una transizione sistemica.
Il nuovo ordine che emergerà sarà multipolare e policentrico, come descrive Putin. Non un unico centro che sfrutta la periferia, ma molteplici centri di civiltà che cooperano su base paritaria.
Gli Stati Uniti avranno ancora un ruolo centrale, ma come nazione sovrana che cura i propri interessi, non come strumento dell’oligarchia finanziaria. L’Europa dovrà scegliere se rimanere colonia americana o riaffermare la propria identità. Il Medio Oriente potrà finalmente stabilizzarsi quando le potenze esterne smetteranno di manipolarlo.
E Israele? O si trasforma in uno stato normale, senza pretese imperiali e senza arsenali nucleari non dichiarati, integrato pacificamente nella regione, oppure scomparirà sotto il peso delle proprie contraddizioni. L’emigrazione già in corso è il segnale che molti israeliani hanno già fatto la loro scelta.
Epilogo: il “Muro di Berlino” delle sanzioni
Come nota finale, è significativo il parallelo con il Muro di Berlino. Il muro originale fu costruito dal regime comunista per impedire ai tedeschi orientali di fuggire all’Ovest.
Le sanzioni occidentali contro Russia, Cina, Iran rappresentano un nuovo Muro di Berlino, ma questa volta costruito per impedire agli occidentali di “fuggire all’Est” – cioè di fare affari, stabilire relazioni, scoprire opportunità al di fuori del sistema controllato dall’oligarchia.
Come il muro originale, anche questo sta crollando. Le sanzioni danneggiano più l’Europa che i loro obiettivi. Germania, Italia, Francia vedono le proprie industrie soffocare mentre cercano disperatamente vie di aggiramento.
Giulietto Chiesa, il grande giornalista scomparso che aveva ricostruito la vera storia del Muro di Berlino, sarebbe oggi contento di vedere che c’è un nuovo muro costruito dalla NATO – e che anche questo sta crollando.
La storia non finisce qui, naturalmente. È appena iniziata. Ma la direzione è chiara: il vecchio ordine muore, e un nuovo ordine, basato sulla sovranità delle nazioni e il rispetto tra civiltà, sta nascendo tra le doglie del parto.